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Testo di Elena Pontiggia  I QUADRI NERI-CARTE DIPINTE 1988-1990

Galleria San Carlo, Milano, aprile 2017

 

Si racconta che il Tiepolo avesse confidato solo al figlio il segreto di un certo colore chiaro della sua tavolozza. Lascia marcire un coniglio coperto di biacca, gli aveva detto, e avrai un bianco che è come un nero.

In queste opere di Togo succede il contrario. C’è un nero che è come un bianco, una famiglia di toni scuri che suscita luci e chiarori: riverberi, come dice il titolo di una sua opera.

Non si tratta, occorre sottolineare, di notturni, cioè di quegli ambienti o scenari immersi nel buio della notte che nei secoli passati hanno costituito un preciso genere pittorico. Se lo fossero, sarebbe ovvio imbattersi in una sinfonia di colori scuri, accompagnata dalla ricerca di particolari effetti di luce. No, quello che Togo ha in mente è diverso. Non a caso uno dei suoi quadri neri si intitola Tramonto, quasi a ribadire che la sua oscurità non ha niente a che fare con la notte metereologica.

Certo il mondo dell’incisione, che l’artista ha lungamente frequentato, ha lasciato un’impronta in queste opere, ma le suggestioni e gli echi dell’arte grafica possono essere al massimo un punto di partenza, non un punto di arrivo.

In realtà questi quadri, dove la polvere del carboncino si avvicenda alla morbidezza del gesso e alle striature della matita, in un mutevole accordo di grigi, ardesie, antraciti,

neri levigati come bacheliti o soffici come velluti; questi quadri, dunque, dove la campitura si alterna alla pennellata divisa, i tratteggi alle trame più corpose, i segni sfuggenti

alle stesure damascate, rivelano qualcosa d’altro. Il paesaggio (una parola che nel Novecento ha sempre suscitato sospetti, a cominciare dagli anatemi dei futuristi che nel loro Manifesto condannavano i “laghettisti” e i “montagnisti”) diventa qui il luogo dell’oscurità e dell’invisibile.

Ci spieghiamo meglio. Togo, nella sua pittura, riflette da tanti anni sulla frammentarietà delle cose. Le sue figure non vivono in spazi continui e organici, i suoi paesaggi sono un mosaico di forme e segni (rettangoli irregolari, geometrie frastagliate, vettori) che tramutano l’unità della visione in un insieme interrotto. Varie scelte stilistiche sono all’origine di questi suoi esiti. Togo si esprime in una sorta di neocubismo filtrato attraverso l’astrattismo geometrico, ma anche attraverso suggestioni primitiviste perché molte sue forme evocano, anche inconsapevolmente, la primordialità di segni preistorici. Quello che più emerge nelle sue composizioni è la molteplice suddivisione della superficie. La natura, richiamata tante volte nei titoli dei quadri (Paesaggio mediterraneo, Canneto e mare, Natura viva, Onda anomala, Giardino e mare, Palma, Mareggiata), si offre al nostro sguardo in una visione problematica, come in uno specchio infranto.

Certo, Togo ha anche una vocazione di architetto e ricompone pazientemente i frammenti dell’opera. Non può però disciplinare l’irregolarità delle tarsie, appianare la difficoltà degli incastri. Si avverte dunque nella composizione l’inesistenza, anzi l’impossibilità, di un unico punto di vista. In fondo accade ai suoi paesaggi quello che constatiamo nella scienza contemporanea: non esiste più un sapere enciclopedico, una competenza universale. Tutto è diviso e ripartito, la conoscenza guadagna in profondità e complessità, ma perde in estensione. Allo stesso modo nei paesaggi di Togo un rettangolo si suddivide in una processione di quadrati, un triangolo si incunea nella sequenza dei poligoni, una serie di liberi arabeschi, onde elettriche, correnti magnetiche si insinua nella trama geometrica del quadro.

Ma non solo. A questo panorama dinamico e metamorfico si aggiunge nell’opera nera un senso di inconoscibilità che deriva proprio dalla dominante scura della composizione. E’ un’oscurità relativa, lo abbiamo visto. Il nero si declina in una pittura tonale che simula lo spettro cromatico e ha continuamente nostalgia del colore. Eppure il comun denominatore di tutti i “quadri neri” è un’ombrosità mentale, filosofica, volutamente priva di pathos letterario, ma non per questo meno evidente. I paesaggi di Togo, insomma, esprimono la nostra innata difficoltà di vedere, di distinguere, di comprendere.

La natura si nasconde non solo perché si spezza in frammenti (e noi, come il veloce Achille del paradosso di Zenone, non raggiungeremo mai la tartaruga della conoscenza, perché siamo condannati a fare infiniti passi, che a loro volta si suddividono all’infinito). Qui, nei “quadri neri”, la natura si nasconde anche perché si inabissa nelle sue maschere scure, nelle sue immense negritudini. Togo dipinge allora un concetto moderno di paesaggio. Dove moderno non significa semplicemente attuale o, peggio, aggiornato, ma vicino alle concezioni filosofiche della modernità. Eppure, a dispetto diquanto siamo andati dicendo finora sull’ermeticità delle sue opere, forse il modo migliore di osservarle è lasciarsi trasportare dalla loro suggestione, dalla bellezza della loro matericità, dei loro segni. E dalla loro apparente monocromia, che invece comprende una polifonia di colori.

 

 

 

 

TESTO di Patrizia Danzè  PAESAGGI MEDITERRANEI- 2017-

Teatro Vittorio Emanuele-Messina

 

(...)Cosa vediamo allora quando ci troviamo davanti alle tele di Enzo Migneco, in arte Togo? (nome de plume così sfuggente e atipico eppure così unico). Trame inusitate che il lessico “geometrico” dell’artista, addolcito dalla rotondità di colori assoluti, dipana -come per creare tra terra e mare e cielo un mondo altro, recuperando lo sguardo che appartiene alla nostra parte più arcaica e naturale- in un “sistema semantico” di cerchi, triangoli, quadrati, angoli, onde, incroci, sagome cristalline, declinati in molteplici combinazioni, le “forme buone” che la natura sceglie per esprimersi. Il libro fondante di Togo è, infatti, la natura, con la quale il dialogo è continuo al punto che in quel territorio sacro e incommensurabile non v’è spazio per

la figura umana. La Natura chiama l’artista con dolcezze da sirena, lo invita a immergersi nella sua essenza primigenia come se egli fosse il primo uomo della terra che si cerca e trova il suo modo di progredire umanamente: una natura spogliata dalle sue sovrastrutture culturali, una vertigine nuda e inafferrabile in perenne e sempre uguale metamorfosi, una meraviglia dell’infinito disvelata nel finito, innocente e dunque assolta da ogni “colpa”. E la tela, sì, doma

lo sguardo.

C’è il mare-ossessione nella mente di Togo e ricordi azzurri e arancio di un pittore che deforma e riplasma, allunga e taglia, arrotonda e tende, ispessisce e assottiglia, percorre con ghirigori e zig-zag abissi di turchino, furie di mare verderame, cieli gonfi di nuvole sanguigne, nebbie azzurrine: un caos dionisiaco pulsante sotto una superficie apollinea di smagliante cromatismo.

È un pensiero del Sud (forse di qualsiasi Sud del mondo) immaginato e vissuto, percepito o colto in contatto diretto, narrato con una grammatica franta e slegata, con una “parola” calda, libera ma fedele a se stessa e fortemente plastica, proprio per recuperare, di quel sud-mondo, gli elementi primordiali, come condizioni di un eterno ricominciare. Così, l’ora meridiana è un tempo-spazio di ardenti epifanie e di infuocati dissolvimenti con i suoi doni di sole e di mare, di luminosi meriggi che si affacciano da balaustre di sole, di immoti cieli pensili su ricordi d’estate. E i giorni seguono alle notti e le albe porporine si risvegliano in un mare riverso, smemorante, luogo di smarrimento ma anche di possibili epifanie metamorfiche. E poi, frane infuocate di tramonti e pleniluni sghembi che dal guscio della notte crollano sul mondo bambino; e ancora, arcani silenzi di cieli rovesciati, spume calde e stalattiti di mare, mentre al guizzo della luna attimi di stelle fanno affiorare sagome sinuose di giada e di oro.

 Ma c’è la tregua marina, con il mare che si fa cuna accogliente e con la bonaccia (pur sempre traditrice) che distende la sua trapunta turchina e colora di rosa e verde i flutti eoliani. Eppure, nell’idillio affiora il mistero e in questo carnevale di oblio e di memoria, l’apocalisse è in agguato, con i vortici mugghianti dei mostri marini di Scilla e il declinare obliquo del cielo, troppo vicino alla terra. E allora, su spumeggianti dirupi di mare-oceano incombono cattedrali di fuoco e il mondo è un’arancia rossa tagliata in due, promessa, come per Zarathustra, di “ricchi abissi”, di mondi e prede infiniti, ma anche gorgo ululante che ingoia, e culla che accoglie e custodisce.(...)Come la poesia è un luogo di memoria e ripetizione (ce lo ricorda Giorgio Agamben), così lo è la pittura di Togo, sempre in partenza dal porto della nostalgia per inseguire un luogo-sirena che sfugge, richiama e si allontana di nuovo. Non vi sono figure umane nelle tele di Togo, ma la vita come la morte, pulsa in ognuna di esse, distillata da gocce di tempo, nella sua inevitabile, creativa ripetizione: l’esistenza di tutti noi pellegrini in perenne cammino, di nomadi e naviganti, di naufraghi gementi, di litigiosi inquilini del Mediterraneo, di creature degli abissi, di fantasmi e di anime, di alberi, frasche e arbusti venerandi.

Cosa vediamo quando guardiamo le tele di Togo? (farlo con lentezza è d’obbligo). Vediamo i nostri sud interiori radicati nella bellezza e nella libertà, nel viaggio e nella patria, nell’abbandono e nella perdita, nel sogno e nelle storie dai tanti colori.

 

TESTO di Vincenzo Zuccaro  GIOCARE NEL SOLE- 2016-Soncino

Ex Filanda Meroni

 

Io ho conosciuto un artista che gioca nel sole. L'ho visto aggirarsi in uno studio buio ma pieno

 di luce. Ho osservato i suoi gli occhi e la selvaggia innocenza nelle cose che fanno la Sua vita, con mani che nascondono a gli altri il desiderio di realizzare l'opera perfetta: una luce definitiva su un colore cercato da sempre. E così che Togo continua, giocando seriamente, a far splendere il sole su tutto. Sul mare che non si ferma, sul vento che piega dolcemente i fiori di bouganville, su isole che eruttano fuoco, su magnifiche e solitarie terrazze che dormono in meriggi di calura, su immagini e memorie di luoghi già vissuti oppure ancora da vivere.

“ L'intera Sicilia è una dimensione fantastica”, scriveva Leonardo Sciascia, “ come si fa a viverci senza immaginazione?” Parlare di Togo, al secolo Enzo Migneco, vuol dire riferirsi ad un complesso di immagini, relazioni, esperienze vissute dalla lista che non è possibile condensare in poche righe.

Un pittore che da autodidatta(...)si trova naturalmente a confrontarsi con il fervente clima artistica messinese della fine degli anni 50. La scelta di lasciare la Sicilia e di proseguire la sua ricerca artistica a Milano all'inizio degli anni 60, lo avvicina alle esperienze intellettuali ed artistiche della pittura europea, nell'ambito delle quali il mondo artistico milanese fornisce personalità di primissimo piano come Lucio Fontana, Piero Manzoni, Enrico Bai, i pittori del bar Giamaica.(...).  Il percorso artistico di Togo si svolge coerentemente, dapprima sotto i sicuri insegnamenti cromatici dei maestri dell'Impressionismo

 e poi da Matisse sino agli espressionisti tedeschi. Così facendo raggiungeva ben presto un sicuro "," pittorico che si concretizzerà nell'attuale maturo  ed originale marchio iconico creativo in ciò proponendo un liberatorio, necessario, individuale"rappel a l'ordre" sia

nell'uso del colore che delle forme. Da questo momento, ad esempio, non trascurando la forza delle esperienze artistiche e delle sperimentazioni formali che avevano caratterizzato la grande stagione delle avanguardie storiche (e tra queste le esperienze cubo futuriste dei primi annidel novecento) le forme in Togo si realizzeranno nella ferma convinzione che l'uso della linea si debba utilizzare con intento non prospettico.

(...)Togo con la sicura libertà del gesto, e la forza della continua magmatica ispirazione, si è trovato spesso a tracciare per primo, al di fuori delle scuole e delle correnti più o meno sponsorizzate dalla critica, un solco nella storia dell'arte figurativa italiana.

Un artista d'avanguardia che, ancora oggi nei quadri esposti, mostra l'entusiastico senso della sua avventura pittorica, sempre coerente e per questo, a suo modo, audace anticipatore di stili

 e di mode..

 

 

TESTO di Vincenzo Bonaventura  INTORNO ALL'ISOLA 2013/14

Monte di Pietà, Messina

 

(...) E' evidente che Togo è un maestro che usa il colore con una capacità tecnica che gli deriva

da una lunga e riconosciuta carriera. Non a caso Barbera scrisse che la sua pittura "sembra  avere alle spalle la grande stagione fauve, la gioia matissiana, l'espressionismo astratto e il  colorismo di Gauguin”. Eppure colpisce ancora di più questa sua personalissima qualità di emozionarsi ed emozionare, partendo dall'esteriorità del paesaggio mediterraneo per poi  penetrarne l'humuspiù segreto, denso di un mito che ha un senso, proprio perché è fuso con la natura:

le "sensazioni" di cui si parlava. La frase  celebre di Henry Matisse, " Un centimetro quadrato  di blu non è altrettanto blu di un metro quadrato  dello stesso blu", potrebbe essere stata scritta per raccontare di Togo, per il quale i colori - brillanti oscuri che siano - servono a tutto, con le loro diverse misure: a delineare, a descrivere, a raccontare, ad alludere, a sognare, a rendere su tela la realtà e la fantasia insieme, perfettamente fuse e amalgamate, alla stessa maniera in cui confinano e si sovrappongono, con ammirevole sintesi, gradazioni e tonalità che, accoppiati  fuori dai dipinti dell'artista messinese, striderebbero e cozzerebbero fra di loro.

 Ed è quello che Togo compie in ogni opera, una sorta di mimesi di una natura - certo, in  particolare  quellalegata allo Stretto di Messina, ma sempre con un suo evidente senso di universalità -  soggettivamente intesa nella proprio composizione, e anche, al contrario, pur sempre oggettiva nella presenza indiscutibile e inamovibile del blu-mare, del giallo- sole, del rosso-rosso-terra.

 Ed ecco che si realizza la sintesi fra tutto quello che sta, nasce e si sviluppa nella nostra interiorità e tutto quell'altro che sta al di fuori. Interiorità ed esteriorità prendono l'aspetto dei colori, che descrivono e suggeriscono  lo stesso tempo. (...) Ed è per questo forse che critici e curatori, parlando di Togo, ricorrono - l'ho già accennato - a ogni sorta di precedenti:

 Van Gogh, gli impressionisti, Gauguin, Matisse, i fauves, i cubisti, gli espressionisti e via citando. Tutto e il contrario di tutto.

 La verità è che lui si situa "oltre" e rimane personalissimo, fedele a se stesso, anche quando cambia registro. Si è detto che col tempo, il suo segno si è fatto più netto, ed è vero. Tuttavia, lui è   sempre pronto a spiazzare, a sgusciare fuori dalle  semplici categorizzazioni.(...)

 La sua facilità nel dipingere gli consente di muoversi davanti al cavalletto con un'agilità che è fisica e mentale. Nel suo studio-antro di via Agnesi a Milano, si scopre, inoltrandosi fino in fondo all'ambiente  con le finestre oscurate che, quando il buio dovrebbe essere totale,

c'è una tela, pronta o quasi, a  illuminare l'ambiente. E se davanti alla tela c'è lui, Togo, con il suo gesto netto sicuro, che ha nelle mani nella mente e nell'anima tutto ciò che diventa dipinto, la luce si fa ancora più forte, perché davanti ai nostri occhi c'è la lampada inesausta della  creatività. (...)

 

TESTO di Francesco Poli  FORME PURE DI COLORE 2010

Galleria San Carlo, Milano

Una pittura che va librandosi verso forme pure di colore

(...) Della visione naturalistica in questi quadri rimane, per così dire, quasi solo più l'anima

profonda: la quintessenza di memorie spaziali e di sensazioni come il calore del sole e l'aria del vento, la freschezza salina dell'acqua marina, i profumi delle piante e dei fiori, e più in generale il senso della vita della gente di quei luoghi ( anche se le figure umane sono ormai raramente presenti ).

La pittura di Togo ci trasmette una luminosa serenità e una positiva gioia di vivere, ma è anche attraversata da una vena sottile di malinconia che ne intensifica la qualità in una direzione di più meditata tensione contemplativa.

La Sicilia è dunque per l’artista allo stesso tempo il soggetto della sua pittura di paesaggio, il pretesto per paesaggi della pittura e, infine anche e soprattutto paesaggi dell'anima.

 

 

TESTO di Angela Manganaro  TOGO-OPERE RECENTI-2006

Catalogo Edizioni AvatarA

 

.(..) Osservare Togo al lavoro è un piacere per gli occhi e per il cuore: lui è lì, in fondo allo studio, contro una parete che non ricorda più l’intonaco originario e si muove come un maestro d’orchestra. Essenziale nei gesti, con un segno deciso marca l’orizzonte, poi, d’un tratto, il direttore lascia il podio e scende verso i suoi strumenti, si avvicina al violino e ne pizzica le corde con un tocco leggero ed ecco che sulla tela compare uno spicchio di luce che rischiara tutto il quadro. L’equilibrio è raggiunto: era lì, nascosto tra un nero denso e un blu quasi inaccessibile, nessuno potrebbe trovarlo se non lui. E lui lo trova. Perché lui è l’artefice. Perché ha dentro di sé l’equilibrio e la discrasia, il caos e il tutto, la memoria e l’oblio, il colore e la notte più buia, il dolore cosmico e la pace indifferente della natura che può essere tutto e il suo contrario in qualsiasi momento decida di esserlo.

(…) Luciano Caramel definisce Togo artista insieme “della sensualità antica, e tutta terrestre e accanto, sperimentatore… pittore d’altri tempi e pittore d’oggi”. Come non condividere questa sensazione di terra mangiata a manate, di cieli divorati a morsi nel tentativo di indovinare il futuro? E, insieme, come ignorare la spinta costantemente in avanti di Togo? Come non restare affascinati dalla sua instancabile capacità di mettersi in gioco, di misurarsi con tecniche e tensioni sempre nuove spostando la soglia sempre un po’ oltre? Là dove le sinuosità cromatiche allertano anche lo sguardo più distratto. Là dove il colore assume una forma maieutica su cui misuriamo il nostro bisogno di immortalità.

Si è detto di sinuosità. Sinuosità di linee che sulla tela sembrano prodursi per parto spontaneo del colore che produce segno. Eppure Togo non ama la circolarità. Più precisamente, come Savinio, Togo non ama il cerchio, come lui preferisce l’ “ordine quadro” che l’artista greco definisce il “sistema eccelso della grazia intelligente” (…)

 

TESTO di Carlo Vanoni 2004

Da: “Togo. Saussure e l’airone”, Milano, 2004

 

(...)Matrimonio perfetto tra nome e aspetto, la gardenia, ora che me ne hanno regalata una, mi tiene compagnia quando scrivo e quando leggo: l’ho messa qui, sulla scrivania in cristallo tra lo schermo del computer e una pila di libri che un giorno o l’altro mi deciderò a spolverare. (…) Dietro di lei, sulla destra del vaso che le offre dimora, una parete bianca ospita un quadro di Enzo Migneco, pittore italiano che in fondo a destra si firma con lo pseudonimo di Togo.

E’ un dittico di grande formato, qualcosa tipo quaranta di base e duecento di altezza, intendo per quadro, quindi è imponente, sfacciato direi, è un insieme di tinte, qualcosa di forte, c’è molto blu che invade l’arancio e si trasforma nel verde.

Ci sono rettangoli sghembi ricoperti di bianco, guizzi di nero, esplosione di rossi: tutto rigorosamente fuori posto, come in un puzzle dove gli incastri non siano stati rispettati.

Il dittico di Togo (che meraviglia! “Ditticoditogo” è bello come “gardenia”!) è un disordine perfetto, rigoroso, è lo stupore di chi vive senza saper nominare, è come la gardenia prima di conoscerne il nome.

Molto più semplicemente: Togo dipinge. Togo è pittore. Lo è nel segno (nell’espressione), nel gesto, lo è nell’uso che fa del colore, e a chi, entrando a casa mia, si rivolge al dittico chiedendo “cos’è?”, “cosa rappresenta” , insomma chiede il significato del quadro, io rispondo così: è un paesaggio visto da un airone. (…) Quindi, per capire il significato dei quadri di Togo (anche “Quadriditogo” non è male) occorre  immedesimarsi nel volo di un airone.                                                                                           

E allora mettiamoci pure nei panni di un airone! (…).

(…) Quel becco lungo e robusto traccia ellissi nell’aria, insegue aquiloni persi nel cielo, posa maestoso sui balconi ferrati, trapassa ringhiere inclinate, scarabocchia nel cielo, traccia una rotta e poi vira di scatto, raggiunge paesi molto lontani e incontra Van Gogh, Gauguin, i Fauves e Matisse.(...)

TESTO di Aldo Gerbino 1999

Dal catalogo della mostra "Attardi, Gambino, Togo, luoghi del volto, terre" alla Galleria Studio 71, Palermo,

(…) In Togo l’umore più profondo e decantato di questa realtà si proietta, con eguale scioltezza, nelle figure e nelle terre: che sono, poi, paesaggi del sud, della sua Sicilia, di quella mediterranea espressività raccolta dall’artista, con una gestualità del segno dinamica e accattivante, ora nelle maniere nere (dalle" Metamorfosi" degli anni Settanta alle successive "Immagini di memoria" degli anni Ottanta).

 Il materiale creativo di Togo esorbita tra le campiture dilavanti, conquista le efflorescenze botaniche, s’infiltra nel rigoglioso intersecarsi di luci naturali e linee del corpo.

Figure, frammenti luminosi, conflitti espressivi tra interni e esterni, suggestioni memoriali trasmettono, così, l’emersione del mito: esso erompe nel trascorso dei solchi e nell’attrito del bianco e nero.

  La condivisione di Togo alle grandi lezioni primonovecentesche, viene rivitalizzata nel suo ampio respiro emotivo; il gioco delle sue costruzioni, sospinte in un cinematismo sempre più acceso (corroborato dalla ricerca d’una espressione formale nutrimento alla sua pittura), trasfondono, poi, una liberatoria, quanto quieta, dispersione di segnali, di voci appena accennate tra un disciogliersi di occhi e fronde.

 

TTESTO di Francesco Poli

 

(...) C’è in Togo una forte propensione all’espressionismo, e dunque a concepire il gesto pittorico e il rapporto con il supporto, tela o carta, in termini di incontro/scontro, enfatizzando la fisicità stessa e la vitalità del corpo pittorico che prende forma e realtà plastica. Non a caso l’artista ama lavorare su una superficie dura, che resista e reagisca all’azione della mano, e non a caso la tecnica preferita, utilizzata negli ultimi anni è quella dei pastelli a olio colorati, non però quelli normali, bensì un tipo speciale di grandi dimensioni, attraverso cui è possibile allo stesso tempo tracciare dei segni e lavorare in termini di campiture di spessa matericità. In questo modo Togo, che è un incisore di prim’ordine, può trasformare gli effetti tipici della sua perizia grafica in soluzioni assolutamente pittoriche, senza per questo annullare l’incisività e la forza strutturante di quel segno vibrante che è una delle anime profonde del suo carattere artistico.

Ma, in ogni caso, la tensione segnica non fa semplicemente da gabbia di contenimento o da scheletro compositivo, ma si immerge dentro il gioco complesso e sghembo delle pezzature che incastrandosi tra loro danno vita allo spazio dell’immagine, acceso da accordi esplosivi di colori. Funziona, per così dire, come un sistema nervoso di un organismo figurativo compatto e fluido allo stesso tempo. I "paesaggi mediterranei", le "isole", le visioni tra realtà e invenzione fantastica degli "interni-esterni", la leggerezza di superfici spazzate dal "vento di scirocco", trasmettono un senso caldo e appassionato di vita vissuta e sognata, una gioia di luce e di atmosfere non in senso naturalistico ma di realtà dove esperienza percettiva e reinvenzione dell’immaginario si coniugano in modo inestricabile.

 In Togo la regola della pittura, faticosamente conquistata nel tempo, elaborata lentamente per accostamenti successivi a un equilibrio estetico originale, è un segno della conquista di una vera libertà creativa, nella coscienza dei limiti oggettivi del linguaggio pittorico, ma anche nella mai spenta speranza di accendere, anche solo per un attimo, la fiamma straordinaria dell’incanto senza tempo della "Pittura".      

 

TESTO di Vincenzo Consolo Una lettura delle incisioni di Togo 1995

Dal catalogo della mostra allo Studio di Arte Grafica, Milano

(...) Ora il raggio, il riverbero, l’abbaglio, l’orgia del colore – il giallo che t’acceca, il rosso che t’investe, l’azzurro che t’annega, il verde che ti perde - ora il gran pontificale, il fragore, lo squarcio, il sipario aperto – un lampo, il guizzo d’una lama – sopra il gran teatro, sopra quest’apparenza in festa, ora si smorza, spegne, si mostra nel rovescio, nella trama nuda, nell’ossatura, nell’intreccio impietoso, nelle latebre profonde, nel segreto germinare.

 

Staccato il ramo d’oro, compiuti i sacrifici rituali, varchiamo quindi la soglia della notte, entriamo nel mondo scolorato, nella spiaggia delle ombre, nella plaga dei sogni, nel regno tremendo e necessario della nostalgia, della memoria.

In segni incisi, in linee, in fitti tratti o in mancanza d’essi, in neri abissi o in lunari superfici, in bianchi vuoti, allarmanti il mondo ci ritorna. Ritorna instabile, mutante, in perenne metamorfosi. In girasoli declinanti a stendere nastri, foglie serpeggianti; mano di collinose, dure nocche a battere, scandire un tempo immobile, tentare d’infrangere le porte del silenzio; occhi che scrutano, contemplano stupefatti il tuo stupore.

In memoria, in evocazione, in sortilegio ritorna il paesaggio di ombre e luci, di deserte piazze, fughe di muri, di alberi, di grigi fondi, di sfondi di caverne d’occhi, di lune divelte dal manto della notte, di buchi neri, di pozzi insondabili, di cerchi di terrore.

O in affabili sequenze, in familiari labirinti di scialbate mura, mediterranee architetture, materni antri, l’olivo del conforto, la palma del riposo, la scala che si perde nella penombra lieve.

Ritorna in sogno il mondo, risorge come da uno Jonio di brezze e trasparenze, come da un greco mare risorge trasognata la Bellezza, come l’incanto di una strada chiara, d'una fata morgana tra il cielo e il mare dello Stretto.

Ora la luna pietosa risorge, stende chiaro il suo canto, la sua eco sul notturno paesaggio, palpita sulle ferme acque, sulle ramaglie, sopra i tetti di dimore spente…

Che non s’infranga, frantumi, disperda in un soffio, nella chiaria dell’alba il sogno, il concerto sommerso di ombre e lucori, il disegno inciso nella nostra memoria, la profonda poesia, il fragile volo, la pura nostra avventura.

 

TESTO di Tommaso Trini

 

Dai cataloghi  delle mostre alla Galleria Bonaparte,  1992, e Università Bocconi 1993, Milano 

 

(…) Pittore dei lunari labirinti dell’animo, Togo è ambrosiano mediterraneo. Non è lontano dal grande scultore di cattedrali e parchi Gaudì che era gotico mediterraneo. Se la sua pittura ha potuto essere giustamente assimilata allo stile di Gauguin, per un comune colorismo straniato, per i contorni neri che a Pont-Aven arabescavano le figure à-plat mentre qui terrazzano gli incastri di spazi interni ed esterni, lo si deve al senso profondo di sradicamento che entrambe le opere ci comunicano, e contro il quale hanno lottato sia l’originario del Perù sia l’originario della Sicilia.

E’ di questo conflitto che entrambi vivono (…)

(...) Da altri critici è stato ben rilevato che l’arte di Togo si è mossa con grande sensibilità, e con ampio anticipo sulla Transavanguardia, in una visione d’identità antropologica che privilegia le radici culturali di un luogo contro gli scambi sradicati del cosmopolitismo artistico.

Caramel e Barbera in particolare hanno sottolineato le sue precoci sintonie con la poetica transavanguardistica del "genius loci", dell’appartenenza a un deposito di figure e stili.

D’altro canto De Grada aveva già notato in precedenza, a proposito di una fase d’impressionismo toghiano, che l’artista poteva essere avvicinato a certa arte latino-americana: per l’orgoglioso senso di eredità, io sospetto: per l’acuto sentimento di nostalgia liberata dal canto che l’indigeno brasiliano chiama "saudade".

Sennonchè la poetica del "genius loci" ha rappresentato un alibi per il conservatorismo e l’indigenza creativa di molti epigoni della Transavanguardia. Una visione antropologica che si richiama alle origini deve essere evolutiva e coraggiosamente utopica assai più di una qualsiasi fuga in avanti avanguardista. Le radici tratte dall’oblio costituiscono un altrove e un’utopia che comunque sono, esistono, che comunque ci precedono. Per riviverle, bisogna prima reimpiantarle.

E’ quel che ha fatto Togo fuori dall’insularità mediterranea e siciliana, in una città come Milano anch’essa incline al senso del clan e della famiglia che è un tratto caratteriale di questo artista più che della sua

erra d’origine, al centro degli scambi in Europa.

Ha affondato le sue origini dall’ormai lontano Mediterraneo, ben insulare rispetto ai centri di potere mondiale, anzitutto nella sua pittura: non diversamente da Matisse. E riponendo le sue radici al centro della sua opera, ha contribuito ad assottigliare lo sradicamento ontologico che fonda la pittura stessa: il suo essere per sempre altra e distaccata rispetto alla vita.

                                                                                                                                                

TESTO di Luciano Caramel RADICI 1989

Dal catalogo della Mostra Antologica al Teatro Vittorio Emanuele, Messina

 

(...)Entro siffatto registro si colloca la pittura di Togo sin dai primi anni Sessanta, allorché certa sonorità di accordi cromatici, o al contrario certa cupezza, con valenze espressionistiche, è poi correlata, all’interno, con la flagranza, di colore e di pennellate, e con la panica circolarità derivante dall’esperienza informale, allora direttamente saggiata. (...)

(...)Ed è proprio tale apertura alla modernità (e non faccio qui questione di figurazione o no, che è problema del tutto irrilevante) che in un secondo momento consentirà al pittore di riprendere con ben diversa scioltezza, e diciamo pure perentorietà, certi obiettivi frequentati nei tardi anni Cinquanta. Salvo poi riabbracciare modi più liberi, anche da preoccupazioni di contenuto, con calda palpitazione cromatica, aderente al fenomeno nel suo darsi, in un contesto di spazialità non preconcetta (che invece aveva riproposto i suoi diritti in certe immagini- vedute, paesaggi, figure- eseguite da Togo negli anni Settanta), intimamente connessa al divenire temporale, che tende la pennellata e innerva, vivificandole, le opere più fresche e riuscite.(...)

 

TESTO di Lucio Barbera 1989

Catalogo della Mostra Antologica al Teatro Vittorio Emanuele, Messina

.(...)E’ proprio il sentimento di una natura riconquistata e riappacificata che ora Togo non più indaga ma svela, in essa perdendosi per felice dannazione: è in un’armonia cosmica ricomposta che l’artista si muove ricongiungendo anche l’immobilità metafisica della visione con la gestualità del tutto fisica dell’azione: è infine, una custodia di sogno e di realtà quello che l’artista per sé ha costruito, lì deponendo i suoi umori e suoi malumori, l’annottarsi della tristezza e l’esplodere della felicità, le delusioni e le utopie, le emozioni e la ragione: deponendo, per dir tutto, accanto al "profumo di natura" la complessa "realtà dell’uomo" e tutto trasformando in "profumo di pittura". E se prima era stata la mente a stravolgere la realtà, ora è piuttosto il sogno a stravolgere la mente: così, mentre un tempo l’artista, partendo dal "qui" della realtà visibile, andava all’inseguimento di un "altrove" invisibile, adesso, dolcemente naufragato in quell’altrove conquistato con la sua pittura "malata di Sicilia", rende visibile l’invisibile, cioè a dire tutto mostra e dimostra che l’altrove è qui, a portata di mano, di occhio e di mente.